24 novembre 2013

Quando dalle finestre chiuse entravano il vento e la pioggia



E' una finestra  come tante, direte voi, vecchia, con un bel panorama, ma sempre di una finestra si tratta. Già, ma guardate la foto qui sotto: è la stessa finestra con le ante chiuse. Sul davanzale interno e per tutta la sua lunghezza scorre una scanalatura che al centro comunica con un piccolo foro. E' stato un accorgimento tanto semplice quanto ingegnoso utilizzato fin quando spuntarono i doppi vetri e gli infissi a prova d'intemperie. Sì, perché prima di quelle invenzioni dalle finestre chiuse entravano sia il vento che la pioggia. Al vento era difficile opporsi, i vetri sottilissimi sbattevano sui loro incastri ed entravano sbuffi d'aria da tutti i lati. L'acqua invece,non era un problema, anche se sgocciolava da ogni interstizio, cadeva in quella scanalatura e defluiva poi all'esterno da quel piccolo buco. 




Nella casa di campagna dei miei nonni le finestre erano tutte così: leggere, sgangherate e permeabili ad ogni evento naturale. E tutte con quel piccolo foro che, per vederlo, ero ancora tanto piccolo da dovermi alzare sulle punte dei piedi. Ricordo che da quel buco filtrava, con lo spiffero, anche l'odore della stalla sottostante ma anche la paura che da lì sarebbe entrato ogni tipo di animale fantastico. Era diventato una specie di giocattolo quel buco: quando ne avevo paura lo chiudevo ma poco dopo toglievo il tappo di carta compressa e sfidavo il...destino.

        

Devo a questo  casolare abbandonato il riaffiorare dei ricordi che avevo dimenticato in chissà quale cassetto.
Lo scoprimmo per caso la scorsa estate, gironzolando tra la storia e le colline di San Severino Marche (MC), attirati da uno strano camino svettante tra la vegetazione incolta.


Le porte erano aperte così da fuori potevamo vedere la grande cucina, il corridoio e intuire la disposizione di altre stanze. La casa era abbandonata e sotto il rischio di crollo (le travi  del soffitto erano lesionate), ma la bellezza del grande camino, il pavimento decorato, i tanti oggetti sparsi ovunque e, diciamolo, il richiamo della nostra infanzia ci hanno fatto entrare, comunque. Prima solo nell'ingresso, poi sempre più in là nelle altre stanze, in punta di piedi e in silenzio all'inizio, con più scioltezza e con qualche esclamazione dopo.  Ma sempre con attenzione e pronti al fuggi fuggi in caso di necessità.






























Che strano, gli arredi e le suppellettili erano stati portati via, anche il lavandino (in pietra o in rame?) staccato a suon di martellate, ma i tanti oggetti d'uso comune sparsi nel pavimento davano l'idea che quel trasloco fosse stato fatto in fretta, abbandonando ovunque il contenuto degli armadi, delle madie, dei cassetti e di chissà cos'altro.

Da quegli oggetti rimasti a terra da decenni, in balìa del tempo e degli animali selvatici, riconoscevamo la funzione delle stanze: stoviglie=cucina, abiti=camere, sacchi=deposito, ritagli di stoffe=stanze per cucito....

E poi la tendina anni '50 appesa sulla finestra della cucina; lo stendino improvvisato dietro la porta della camera da letto; una medaglia di San Pacifico appesa al muro; la porta d'accesso al piano superiore (granaio? bigattiera? stanza del tesoro?) resa impenetrabile con una serratura e ben due (!) chiavistelli; il cavalletto con il piano in tela di juta (ce n'erano tanti altri accatastati nella stanza); tutto sembrava volerci raccontare una lunga e vecchia storia.









San Pacifico da San Severino


Piano inferiore -  cavalletto per...?

Mi chiedi: a chi importa la storia di una vecchia casa?
Rispondono le pietre, l'intonaco, il muro sbiaditi, le stanze vuote, la sedia impagliata, un letto di ferro, le cose abbandonate in soffitta: 
"a noi, a noi importa la storia di questa vecchia casa".

Da: i monologhi delle cose - inedito di Giovanna 
Iorio (clicca qui).


Appunti:


Questo foglio datato 25/8/1960 è l'essenza del contratto di Mezzadria (abolita poco dopo, nel 1964) con il quale si stabiliva che il raccolto e gli utili sarebbero stati divisi a metà tra il colono e il proprietario. Le cifre che leggiamo erano con esattezza le "parti" dovute sia al padrone che al colono: in questo caso a ciascuno spettava 13,330 Kg. di riso, ma il colono..."la presa"... già la sua parte.
La pilatura è una fase nella lavorazione del riso quindi questa graminacea si coltivava anche nelle nostre zone collinari? Possibile? D'altronde se "carta canta!" dobbiamo crederci.   




8 commenti:

  1. ma che tristezza una tale bellezza in stato di abbandono :(

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    1. E poi le congetture che ti vengono in mente quando intuisci che l'abbandono di quella "roba" avviene in sincronia con quello delle persone che lì ci abitavano. Brrrr!

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  2. Anche me interessa troppo, soprattutto quando viene generato un log così dettagliato e fotografie cosi buone come tu hai fatto. Come sempre, i tuoi articoli sono un lusso. Grande abbraccio, Leo.

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    1. I miei post sono un lusso? Grazie! D'ora in poi quando scriverò un post lo farò sempre in giacca e cravatta
      tanto per aggiungere un po' di fashion. Ciao Itala-Patzy.

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  3. La curiosità di esplorare vecchi casolari abbandonati è tanta anche per me, adoro entrare e osservare per quanto si può, la vita che si faceva fino a non molti anni fa, constatare i racconti dei genitori e dei nonni con quello che vedo.
    Bel post e gran bel casolare, dalle immagini non sembra così sgangherato.
    Ciao Leo, a presto.

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    1. Lo è, lo è sgangherato! La travi del piano terra sono tutte lesionate in modo grave, se non interverranno per puntellarla la sua sorte è segnata. Purtroppo!
      Ciao Barba.


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  4. Mi verrebbe la curiosità di conoscere la sua storia. Bel post.

    Un abbraccio

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  5. Grazie Kylie, a presto. Ciao.

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