25 novembre 2014

Resistenze


Il tempo scolora le cose ma gli ideali no, quelli...resistono!


Verso  San Ginesio  (MC)

20 novembre 2014

Sigismondo Bandini e i suoi figli dell'Abbadia di Fiastra




Sembra un controsenso eppure la Riserva dell'Abbadia di Fiastra è un'esplosione di vita che deve la sua esistenza all'assenza di una vita: all'impossibilità, cioè,  del duca Sigismondo Bandini ad avere figli o eredi. E' questa assenza, infatti, che lo spinse a lasciare in eredità tutti i beni dell'Abbadia a una fondazione incaricata di "tutelare, preservare e valorizzare" la proprietà intera. Il testamento fu scritto dal duca nel 1917, come se avesse presagito la sua fine prematura che avvenne l'anno successivo, il 4 novembre 1918, dopo aver contratto la febbre spagnola all'età di soli 32 anni.
Così, da quella data, tutto è rimasto straordinariamente indiviso, intatto e, là dove ce n'era bisogno, restaurato: l'Abbazia cistercense con annesso convento, chiostro e i vari edifici destinati a foresteria e infermeria; il Palazzo dei Principi con il giardino all'inglese; i 1800 ettari circa di terreni coltivati e i 100 ettari di bosco (un'intera collina), i 70 edifici rurali alcuni dei quali attigui all'Abbazia.
Un grazie perciò a Sigismondo per la sua sensibilità e lungimiranza, e anche alla Fondazione Giustiniani Bandini che ha tutelato e preservato come da statuto e che ha splendidamente valorizzato tutta l'area regalandoci un polo d'attrazione unico nella Marche.

l'Abbadia di Fiastra


Palazzo dei Principi: scalone d'ingresso

                                                               Sala delle Tenute: da qui si accede al  giardino                                                                       la balaustra disegnata  è identica a quella dello scalone d'ingresso.

 Sigismondo Giustiniani Bandini e sua moglie Teresa Boncompagni Ludovisi  (1)
Basta fare solo due passi nella Riserva dell'Abbadia di Fiastra per avere l'impressione di trovarci in un dipinto di Brueghel tra un'umanità stipata in ogni dove. Ogni giorno è un via vai di sportivi  impegnati nella corsa, di semplici amanti della natura a spasso nei sentieri protetti, di famiglie e di scolaresche, di fedeli diretti nell'Abbazia di Fiastra, di turisti,  di visitatori richiamati da mostre, fiere, convegni e, infine, di chi ci abita e ci lavora, perché l'Abbadia non è una fredda scenografia del passato ma un luogo  vivo in continua evoluzione e in sintonia con la sua storia.  

di corsa davanti l'Abbazia di Fiastra

preghiere nell'Abbazia di Fiastra

il parco 

la fattoria attigua all'Abbazia 

il percorso ippico

il maneggio

il sentiero sensoriale "il bosco e il fiume"

attività agricole e passeggiata nel sentiero natura "la Selva"
Nell'ultima colonna a destra nella navata centrale dell'Abbazia, una lapide spiga perché Sigismondo è stato sepolto lì ai piedi dell'altare. Lo fa con le stesse parole del duca tratte dal suo testamento. Parole che ancora oggi, a distanza di un secolo, ti fanno venire un nodo in gola: 

"desidero che il mio corpo sia 
sepolto nella chiesa dell'Abbadia di
Fiastra in mezzo ai miei cari contadini 
che ho considerato ed amato come figli 
perché in mancanza di mia prole possano
ogni tanto ricordarsi di me e pregare
per l'anima mia."




L'amarezza per la "mancanza di mia prole" è resa ancor più accentuata dall'accostamento con i "miei cari contadini che ho considerato e amato come figli". La letteratura e il cinema ci hanno fatto conoscere le violenze imposte dal padre padrone qui, invece, la situazione è ribaltata da un padrone che si sente padre per i suoi contadini. Può essere un frase di circostanza e di retorica paternalistica tipica di quel periodo o della nobiltà? Il ritratto che immagino di Sigismondo, dopo aver ascoltato i racconti di alcuni abitanti del luogo e, soprattutto, dell'ing. Aldo Chiavari (*), è quella di un uomo di alto spessore morale, molto religioso, amante dell'Abbadia e rispettoso nei rapporti con i suoi dipendenti. In quella frase un po' di paternalismo potrà anche starci, ma il desiderio di dare sicurezza al futuro dell'Abbadia e dei suoi "cari contadini" credo che fosse per Sigismondo un sentimento autentico e non di facciata, proprio come quello di un buon padre di famiglia.




Certo che gli opposti della vita si scatenarono contro la famiglia Bandini. Lo stesso giorno, infatti, in cui l'Italia festeggiava la resa degli Austriaci, i familiari e gli amici piangevano per la morte di Sigismondo. La situazione era straziante ma anche emblematica di quel 4 Novembre quando la gioia per la fine di una guerra atroce si mescolava con il dolore di chi aveva già pianto uno o più morti in guerra e con l'angoscia dei tanti che solo nei giorni, mesi, anni successivi avrebbero conosciuto il destino dei loro cari

Ogni anno, nel giorno della sua morte, si celebra una messa in ricordo di Sigismondo Bandini e poi, terminata la funzione religiosa, viene offerta una frugale colazione a base di "pagnotta, salsiccia e vino" nel refettorio dei monaci. Non c'è più l'affluenza di una volta ma è comunque una tradizione ancora viva anche per un sentimento di riconoscenza, di chi ha qualche legame con l'Abbadia, per quanto il duca fece per i suoi dipendenti e collaboratori non solo del luogo ma anche delle zone circostanti.

In ricordo di Sigismondo Bandini                      4 Novembre 2014

Nel refettorio dei monaci  "pagnotta salsiccia e vino"       4 Novembre 2014

Un rebus nel piccolo giardino di fronte al cimitero dell'Abbazia, la soluzione non è difficile:

Monaco cistercense e... un'abbazia

(*) Ho conosciuto Aldo Chiavari durante una passeggiata, sotto un sole caldo autunnale. Aldo è un profondo conoscitore della zona sia perché è nato qui e qui è vissuto  per diverso tempo, ma anche perché ha riordinato tutto l'archivio dei Bandini collocato nella sede della Fondazione. Ha già scritto un libro, "Selvaggina, cacciatori e bracconieri nell'Abbadia di Fiastra", ma gli aneddoti, le storie, le analisi finanziarie, i ritratti, le consuetudini  di inizio '900 che mi ha raccontato sono notizie troppo preziose per non fissarle per sempre, e per una platea più ampia, in un altro libro su Sigismondo e l'Abbadia. Spero proprio che lo faccia.


NOTE

"Raggi di luce" è l'altro post che ho dedicato all'Abbazia di Fiastra, puoi vederlo qui

(1) "I Giustiniani - Bandini"  di Paola Consolati Ed. Fondazione Giustiniani Bandini
      Foto Studio Vuillemenot Montalbone

07 ottobre 2014

Poggio San Vicino a porte aperte

Avrei voluto raccontare una giornata particolare a Poggio San Vicino con una sola immagine un po' speciale che raccogliesse tutti i ricordi, uno sull'altro a caso, senza distinzioni e classifiche: l'ambiente e i panorami, i profumi di bosco, le note di un organo in una notte d'estate, gli affreschi della chiesa, l'ospitalità degli abitanti e i loro affetti. Ma dato che non sono un artista posso solo inserire qualche immagine e commento in questo blog e con la formula più classica, la sequenza temporale. Concedetemi, però, una eccezione, la foto della famiglia Latini che è l'ultima tra quelle scattate ma che scelgo come incipit fotografico. Scopriremo dopo il perché.

La famiglia Latini di Poggio S.Vicino
Poggio San Vicino è un poggio (!) abitato da circa trecento persone e protetto alle spalle dal Monte San Vicino...più facile di così! Ovviamente, come in tutti i cocuzzoli esistenti nelle Marche, la sommità era difesa da un castello, Ficano, pedina nel sistema difensivo di San Severino Marche. Sono rimaste una torre, che è ancora visibile in cima al poggio e da cui ti sembra di poter afferrare il San Vicino con le mani, e la chiesa del castello con gli affreschi del '500. Fortunatamente il paese e tutta la zona circostante, la Valle di San Clemente, non sono stati deturpati dalle ben conosciute aree industriali e commerciali, l'ambiente perciò è rimasto quasi intatto e la qualità della vita che s'intuisce ti fa desiderare di mettere qui le radici.
Poggio San Vicino (MC) da est

Poggio San Vicino (MC) da ovest

Poggio San Vicino: la torre dell'antico castello di Ficano

Poggio San Vicino, Belvedere: una ventata di profumi dal Monte San Vicino.

In fondo al viale Leopardi, perfettamente in piano, la chiesa di  S. M. Assunta

Sosta selvaggia  durante la Messa domenicale  nella chiesa di S.M.Assunta
Eravamo tornati a Poggio San Vicino per ascoltare il consueto concerto d'organo di fine estate, tappa della rassegna "Suoni dal passato" organizzata dall'Associazione Organistica Vallesina. Per questa occasione le porte della chiesa di S.M.Assunta vengono spalancate tanto che il paese e la chiesa sembrano compenetrarsi:  i suoni dell'organo si espandono per gran parte del paese mentre alcuni bambini, appena in grado di camminare, entrano ed escono, poche volte per la verità, come se la chiesa fosse la naturale continuazione del viale e delle loro scoperte. D'altronde il gioco per i bambini non è una cosa seria come la musica per gli adulti? Forse è per questo motivo che quei traballanti disturbatori si sono beccati qualche occhiataccia, ma niente di più.

Chiesa  S. Maria Assunta:  rassegna organistica "suoni dal passato"
A fine concerto una sorpresa! L'ex parroco don Vincenzo c'invitava a seguirlo tra gli affreschi  di Andrea De Magistris e di Bernardino di Mariotto nella chiesa di S.Giovanni Battista. Pensavo di conoscere Poggio San Vicino come le mie tasche, e invece c'era altro da vedere e a pochi metri di distanza da dove eravamo. Ritenevo la chiesa di S.G.Battista insignificante, la facciata in cemento grigio la rendeva così anonima che credevo non valesse la pena neanche salire le poche scale d'ingresso. Ma di notte, con le porte anche qui spalancate, la luce dorata riflessa dalle pareti lasciava intravedere dall'esterno le tracce di bellezza che la Storia aveva lasciato qui.

Poggio San Vicino: Chiesa S. Giovanni Battista
Gli affreschi furono commissionati ai due pittori intorno alla metà del '500 quando l'ingresso della chiesa era rivolto all'interno del castello di Ficano, nella parete di fondo dove oggi c'è l'altare.  Ed è lì che occorre mettersi per godere appieno l'effetto prospettico e lo sguardo dei santi che sembrano chinarsi su di noi a causa della inusuale volta a botte. Ma anche per immaginarsi le sensazioni provate da chi entrava nella chiesa nei secoli scorsi nel vedere quelle opere che ancora oggi stupiscono per la loro bellezza. E  per la loro particolarità come le...istantanee dipinte da ciascuno dei due pittori: il castello di Ficano ai lati del mantello della Vergine del De Magistris e il porto di Ancona protetto dal mantello di S.Cristoforo del Mariotto.

Poggio San Vicino: Chiesa di S. Giovanni Battista

Don Vincenzo racconta la storia e il significato degli affreschi

Poggio San Vicino: affreschi datati 1557 di Giovanni Andrea De Magistris

Giovanni Andrea De Magistris: il castello di Ficano (Poggio S.Vicino)

Poggio San Vicino: affreschi di Bernardino di Mariotto

Bernardino di Mariotto: il porto di Ancona
Ma le sorprese non erano ancora finite perché usciti dalla chiesa ci aspettava una tavolata di  crostate, pizze dolci e ciambelle  tutte diverse tra loro come se la preparazione fosse stata decisa da una regia comune. 




Quel rinfresco inaspettato offerto dal paese, senza interessi e sponsorizzazioni di alcun tipo, era stato pensato, organizzato e preparato con la massima cura solo per il piacere di far sentire le persone presenti ospiti desiderati, e non semplici e anonimi turisti. E' come se parte del paese avesse spalancato non solo le porte delle chiese ma anche quelle delle proprie abitazioni per ospitare chi fosse venuto da fuori. Dovevo conoscere le persone coinvolte in quella iniziativa! Così  siamo tornati di nuovo a Poggio San Vicino per trovare qualche indizio e ci siamo imbattuti nella splendida Rosanna che si è resa subito disponibile a organizzare un incontro con i...colpevoli  la domenica successiva, all'uscita della Messa.  
Ed eccoli alcuni dei reo confessi, non tutti, e comunque responsabili, così mi hanno confidato, di altri attentati alla salute in occasione di feste e ricorrenze paesane.


 Sante, Candida, Aurora e Francesca. Rita, Rossanna, don Nazareno,
Pier Giorgio, Ada, Endrio, Pierina, Marina, Albina, Rita, Giuseppa

 e un saluto a tutti i lettori di Tracce Minime da Poggio San Vicino 
Ho notato la famiglia Latini, le prime quattro persone a sinistra della foto, solo durante la scelta delle immagini. Non mi sembrava vero, quattro generazioni della stessa famiglia che si sostenevano a vicenda. Quanta bellezza in questa foto! o meglio, affetto? oppure armonia? Scegliete voi. Io non so ancora rispondere,  ma per me il sorriso di Alice mentre sostiene la mano di Sante ( il bisnonno) in compagnia della mamma e della nonna, tutti in contatto fisico tra loro, è una tra le foto più autentiche e dense di significato tra quelle ho scattato, anche se a mia insaputa.   
Sante Latini, Candida, Francesca e Aurora

22 settembre 2014

San Bonfiglio di Cingoli

Vista da lontano, la chiesa di San Bonfiglio ( ex Santa Maria di Fara?) è un puntino bianco che sbuca dal bosco sulle pendici del Monte Nero di Cingoli. Ma non lasciatevi ingannare, anche se la zona fu descritta come "remota convalle excelsis montibus circumdata"(*) è proprio lì che una storia affascinante di genti e di fedi si è dipanata nel corso di millenni: dai riti pagani alle prime conversioni al cristianesimo nel periodo longobardo e infine, negli ultimi nove secoli, alle preghiere dei  Benedettini e poi dei Silvestrini

Cingoli:  il Monte Nero e la chiesa di San Bonfiglio
La prima volta che ho letto la biografia di S.Bonfiglio (compatrono di Cingoli) vi assicuro che non sapevo se piangere o ridere, perché la sua storia monastico avventurosa mi ricordava alcune situazioni paradossali tipiche dei film Brancaleone alle crociate... All'inizio troviamo Bonfiglio nel monastero benedettino di Forano a Filottrano e poi, nel 1072, vescovo a Foligno. Nel 1096 decide però di partire al seguito di una crociata in Terra Santa dove resta per più di dieci anni. Ovviamente i suoi superiori e i fedeli lo credono morto così che al suo ritorno (immagino lo stupore che avrà suscitato) trova la sede vescovile occupata da un altro vescovo. Non sappiamo come abbia reagito, però non è certamente un uomo di potere, amante della mondanità, se decide di ritornare da eremita nel convento di Forano. Poco tempo dopo un altro trasferimento,  stavolta nell’oratorio di Santa Maria di Fara a Cingoli, dove muore il 27 settembre 1115 e dove viene seppellito, appena 900 anni fa. 

Cingoli, Monte Nero: chiesa di San Bonfiglio (ex S.Maria di Fara?)
Ma l'oratorio di Santa Maria di Fara e il monastero di San Bonfiglio sono lo stesso edificio? Per gli storici è quasi una certezza anche se, purtroppo, non si è trovato nessun documento che lo certifichi. Poco importa, perché la cosa che più mi affascina di questa storia è che più di mille anni fa anche questo luogo , apparentemente solitario, vide la lenta transizione dal paganesimo al cristianesimo. E ce ne ha lasciato traccia, ad esempio,  nel nome stesso della chiesa di Santa Maria di Fara che Luca Pernici, direttore della biblioteca di Cingoli, analizza in una sua interessantissima pubblicazione (*)

 "In un imprecisato periodo tra il VI e il IX secolo nella boscosa e impervia valle dominata dal Monte Nero...fu edificato da un gruppo di stirpe longobarda un piccolo edificio sacro dedicato alla vergine. La conversione delle popolazioni barbariche al credo cattolico cristiano avvenne infatti generalmente all'insegna della Madre di Dio. Nella figura della Vergine [...] la mentalità pagana riconosceva un'affinità [...] con la simbologia dei riti della fertilità e fecondità..."
E poi ancora " Con il passare del tempo [...] coloro che restavano della originaria fara longobarda si trasferirono altrove e tutto cadde in rovina". (*)

Un'altra traccia la troviamo in un atto notarile del 1280 dove  la tomba di Bonfiglio, oramai dichiarato santo, era descritta come "tumba sancte Novite". Novita, presumibilmente da "nova vita", è infatti un antroponimo in cui...risuona...la freschezza e la ricchezza di quel messaggio cristinano con cui la cultura pagana delle popolazioni barbariche dovette...fondersi." (*)

San Bonfiglio, parete sud
Oggi la chiesa di San Bonfiglio è un rudere, all’interno la vegetazione ha preso il sopravvento su tutto e solo pochi residui elementi architettonici e decorativi svelano quale fosse la funzione dell’edificio.




Una scritta, incisa con precisione certosina sulla parete sud, trasmette ancora oggi lo stupore e la soddisfazione per un avvenimento dell'agosto del 1719 quando furono celebrate ben sette messe cantate addirittura con alcuni strumenti musicali:
“...AGUSTI 1719 CELEBRATAE SETTE MISSAE CANTATA CUM INSTRUMENTIS”.

...AGUSTI 1719 CELEBRATAE...

...CELEBRATAE  SETTE  MISSAE  CANTATA...

... CANTATA  CUM   INSTRUMENTIS
Fra poco tempo crollerà tutto, perché non salvare i due metri di intonaco? Nel museo diocesano questa testimonianza incisa sulla parete rifletterà la stessa suggestione e bellezza di un affresco o di una tela.

San Bonfiglio, incisioni sulla parete sud 
Se San Bonfiglio e i monaci (**) Symon, Girardus, Simunictus, Compagnonus, Ugolinus, Serenus, Iuncta, Bartolus  per qualche miracolo dovessero tornare in vita sarebbero felici del pellegrinaggio che la parrocchia di Cingoli organizza a fine settembre. E' il segno tangibile che a distanza di secoli il ricordo, il rispetto e la devozione per questo luogo sono più solidi delle costruzioni umane ritenute eterne.

Cingoli: pellegrinaggio a  San Bonfiglio         28.09.2013

Cingoli, San Bonfiglio:  preghiere e informazioni naturalistiche.    28.09.2013

Cingoli, San Bonfiglio:  preghiere e informazioni naturalistiche.   28.09.2013
In una piccola cascata ai lati del sentiero, a pochi metri di distanza dalla chiesa, sono ben visibili due solchi verticali sul lato sinistro. Sono utilissimi anche oggi per raccogliere l'acqua senza bagnarsi, e d'estate, quando il fosso è in secca, per sfruttare anche il più esile rivolo. E' possibile che siano opera dell'uomo? Se sì, non potrebbero averli incisi gli stessi monaci? Al geologo o all'archeologo l'ardua risposta! 

Cingoli, Monte nero: a pochi passi da San Bonfiglio


(*)   Luca pernici: Insediamento della congregazione silvestrina in Cingoli
(**) I monaci residenti in San Bonfiglio nel 1251. Da una pergamena appartenuta al monastero di Santa Caterina di Cingoli (*)