10 agosto 2016

I jeans di Bruce Springsteen


"I jeans di Bruce Springsteen" sul Freccia Bianca all'altezza di Trevi.

Non c'è niente di meglio di un libro di viaggi mentre sei in viaggio, in treno!
Un'infinità di paesaggi in movimento dal finestrino, odori dialetti e discorsi sempre diversi accanto a te a ogni ripartenza, tutto sembra annullare la distanza tra la tua realtà e quella del libro. Ecco perché è così facile cadere dentro quelle pagine e così faticoso uscirne fuori, finché non arriva il controllore.

I Jeans di Bruce Springsteen è quello che ci vuole. Un bel libro...saggio, ironico  e divertente. Silvia Pareschi attraversa gli Stati Uniti in lungo e in largo in una ventina di racconti con un  linguaggio essenziale e privo di orpelli. Relega gli ambienti e gli spazi, a volte magnifici, in secondo piano via via che le storie ma sopratutto le persone si rivelano con tutte le loro diversità.  Perché Silvia è interessata a quelle diversità, le vuole conoscere e mostrarcele senza pregiudizi o giudizi, con onestà. La stessa con la quale in fondo è lei il personaggio da scoprire, anzi da riscoprire, con le spigolosità ma anche i sogni dell'adolescenza,  nel viaggio che nel 1985 la condusse nei luoghi natali di Bruce Springsteen.

Il racconto che preferisco? Katrina,  il ciclone che nel 2005 ha inondato New Orleans. Silvia l'ha conosciuto tramite l'esperienza vissuta da alcuni suoi amici e ne fa una storia dove la Natura e la natura dell'Uomo si confrontano con la stessa dinamica psicologica di un thriller, con la stessa suspense.

Altro non voglio rivelarlo perché altrimenti vi toglierei la curiosità di acquistare il libro, Silvia se ne dispiacerebbe così tanto da smettere di scrivere e io cosa leggerò in futuro?

Buona lettura quindi.

ps: la possibilità che Silvia smetta di scrivere credo sia remota perché, ad oggi, il suo è uno tra i saggi più venduti su Amazon.


25 luglio 2016

Bachi da seta a Cingoli


Sono serviti   il Museo dell'Arte Contadina di Cingoli, alcune uova di baco da seta, l'esperienza e il ricordo di due quasi novantenni (Silvio e Marì), la curiosità  e l'impegno di Rita e Franco,  per costruire con la maestria di un tempo una mini bigattiera. Si è rinnovato così , quasi per magia, il ciclo completo del baco da seta, dalla larva al bozzolo.  Adesso di uova ce ne sono a migliaia, troppe per utilizzarle a scopo didattico, perciò chi vorrà cimentarsi in questa avventura non dovrà far altro che chiederle al Museo, io posso fare da tramite.

Museo dell'Arte Contadina di Cingoli: la deposizione delle uova del baco da seta Bombyx Mori

Museo dell'Arte Contadina di Cingoli, la mini "bigattiera" per i bachi da seta

Museo dell'Arte Contadina di Cingoli, i bozzoli di seta sul "bosco"
Il Museo dell'Arte Contadina  e il Museo del Sidecar, entrambi sotto lo stesso tetto del Museo del Lago a Cingoli, convivono  in un inedito, curioso e interessante connubio, l'uno sotto e l'altro, in parte, sopra. Ma questa sarà tutta un'altra storia  da raccontare.
 
Cingoli, Museo dell'Arte Contadina con Rita e Franco (sotto) e il Museo del Sidecar (sopra)
Cingoli, Museo dell'Arte Contadina (sotto) e il Museo del Sidecar (sopra)


11 luglio 2016

Roma, la sfilata di moda nella Fontana di Trevi

Adiacente alla Fontana di Trevi,  la Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio
Ebbene sì, alle 13 di una caldissima giornata estiva, c'ero anch'io alla Fontana dì Trevi, poche ore prima della sfilata di moda di Fendi progettata in quella stupenda cornice. Mi ero rifugiato in cima alla scalinata dell'adiacente chiesa barocca dei Santi Vincenzo e Anastasio, all'ombra, proprio davanti al portone d'ingresso. Alle mie spalle filtrava un refolo d'aria meno calda, profumata d' incenso e di note d'organo appena percettibili, un'oasi! Sotto di me la piazza. Ne avevo il controllo totale. 

Le tribune in cemento istallate per l'occasione e le transenne chiudevano il perimetro del monumento riducendo la larghezza delle già strette stradine circostanti. Malgrado l'ora, i 35 gradi di temperatura, i sampietrini bollenti (ci potevi cuocere la pizza) e le ombre degli edifici sempre più assottigliate, le fiumane di turisti non si arrestavano, continuavano a scorrere di continuo ed erano costrette a compattarsi per non mescolarsi in altri gruppi, in una babele di lingue e di effluvi da svenimento.

In quei pochi metri di spazio la globalizzazione era un dato di fatto. Malgrado le diversità dei tratti somatici, dei colori della pelle e delle lingue parlate, le sensazioni e le emozioni e i desideri ben visibili sulle facce delle persone erano uguali e trasversali in ciascuna nazionalità: stupore, allegria, curiosità, stanchezza, indifferenza, fame o voglia di una pennica, oppure pensieri inconfessabili del tipo ma chi me l'ha ffatto fa? mo me defilo e me ne vado a zonzo pe' conto mio...
Ero lì per caso, in tasca non avevo nessun biglietto d'invito perciò non avrei visto l'evento mondano della sera e non sarei stato compagno di... banco di Lagerfeld, peccato! Però una sfilata la voglio raccontare lo stesso: la sfilata delle guide turistiche. Nell'arco di una mezz'ora ne ho viste a decine, apparentemente insensibili al dolore fisico e agli umori del loro seguito, ciascuna con un segno di riconoscimento diverso: ombrello, cappello, paletta numerata, bastone o asta allungabile con su foulard, bandierina, stendardo, pompon, pelouche e chissà quant'altro.























L'Asta d'Oro per la migliore guida l'assegno a una donna, capo comitiva di una ventina di americani. Organizzatissima, con la destra impugnava un ombrello e un'asta con ben due foulard intrecciati mentre con la sinistra indicava di qua e di là. Parlava normalmente, senza alzare la voce, tanto un piccolo microfono fissato sul badge appeso al collo le consentiva di farsi ascoltare da tutto il gruppo munito di auricolari. Camminava con passo deciso, autorevole e disinvolto malgrado il caldo, la ressa, i soliti sampietrini bollenti e i suoi sandali con tacco 12.



Il pomeriggio dovevo trovarmi nella Pontificia Università Gregoriana, a pochi passi dalla Fontana di Trevi ecco perché mi trovavo da quelle parti. Il pranzo, quasi in solitaria, nell'esagerato quadriportico della facoltà mi risollevava da tutte le tribolazioni della giornata.

Roma, Pontificia Università Gregoriana

28 giugno 2016

Giugno... con le lucciole tra i capelli



Il  taglio della torta  per la cresima di Patrizio 

Credo che fosse il 1960, c'eravamo quasi tutti nella foto, a parte qualche infiltrato e alcuni genitori, una quindicina tra cugine e cugini arrivati da ogni parte della Vallesina per la cresima di Patrizio. La... location era la solita, nella casa di campagna di mia nonna in cima a una collinetta poco distante da Jesi. Il festeggiato stava per affondare la lama sulla torta. La tensione e la concentrazione tra gli astanti erano alle stelle. Tarcisio, mio fratello, si era dato all'assaggio clandestino, quel dito in bocca ne era la prova, ignaro della guerra guerra fratricida che un simile gesto poteva provocare. Soltanto i più grandi sembravano rilassati, mentre le due sorelle, Mariola e Loretta, abbracciate e in bilico sulla stessa sedia  avrebbero... cresimato di nuovo Patrizio se fossero cadute giù.

Tenete a mente i più piccoli, quasi coetanei,  in prima fila. Il bambino in piedi sulla sinistra ero io, Leuccio, (purtroppo i soprannomi non te li puoi scegliere ) con un fiocchetto nero da cerimonia (sigh!) e il grembiule chiaro, imploravo mia madre per non metterlo, ma tant’è quella era la divisa di campagna. Vicino a me c'erano Oliviero, in contemplazione, per fortuna anche lui con il grembiule, Antonietta, dolcissima, stava già mangiando la torta  con gli occhi, e Bianca Maria,  spinta con decisione nel gruppo da zia Vittoria.  Patrizia, invece,  è appena visibile in basso a sinistra con un bel fiocco bianco tra i capelli. Non vedo Sergio che doveva trovarsi, però, in una di quelle teste nascoste.
Tutti e  sei, eravamo compagni di gioco e di divertimento a tutto... campo in qualsiasi occasione. Ci sentivamo molti uniti senza immaginare, ancora, di poter di continuare ad esserlo anche da adulti, quando ciascuno di noi fosse partito per chissà dove.

Gli ingredienti per un ricordo strappacuore della nostra infanzia  ci sono tutti, al di là dell'immagine: il silenzio così...silenzioso che ci sembrava di sentire il ronzio di un motore lontano e invece era quello di un mosca solitaria; uno spazio inverosimile fatto anche di alberi su cui arrampicare e cercare le lumache dopo un temporale; le avventure estreme tra le piante di granturco molto più alte di noi  piene zeppe di pericoli immaginari, la giungla era niente a confronto; il pozzo dove ci affacciavamo per guardare il sole o la luna riflettersi nell’acqua del fondo; un sommergibile...fantastico munito, come quello vero, di un'unica apertura protetta da una botola che chiudevamo (incoscienti!) dopo esserci entrati, in verità si trattava di una cisterna vuota, un residuo bellico in disuso appoggiato a terra; la stalla, con le mucche sempre lì a fare montagne di cacca; gli odori di fieno di letamaio di conigli di fichi di latte appena munto e di biscotti nascosti nella stanza di zio Marino; e poi la casa, un gioco nel gioco. Al centro c'era l'abitazione di mia nonna dove qualche volta dormivo, a sinistra  quella di Oliviero e Patrizia, a destra quella di Antonietta. Ma, e qui sta il bello, tutti e tre gli appartamenti erano collegati da due porticine agli estremi del corridoio centrale: giocare a nascondino in quegli spazi comunicanti non aveva eguali.

A ripensarci oggi, la serenità e la dolcezza di nonna Emilia funzionavano da rassicurante sottofondo musicale della giornata, un po' meno, e più rumorosi, i fischi di richiamo di zio Pietro e le sgridate di zia Alma e di zia Lina e di tutte gli altri zii e zie, sei in totale, più i genitori i cugini e i fratelli più grandi, mica pochi. Stupende le litigate quotidiane,  i pianti e le fughe alla ricerca di qualche adulto di parte con il rischio, se la sfortuna si accaniva, di beccarti le storie di prigionia dell'ultima guerra, sempre le stesse, raccontate en passant da zio Milio per consolarti.

Nelle serate estive il più bel gioco lo facevamo in un piccolo quadrato dell’aia sopra una coperta stesa sull’erba per proteggerci dall’umidità della notte e dalle “bestiacce”. Una lampada lontana ci illuminava a malapena  mentre le nostri madri ci controllavano a vista chiacchierando tra loro. Potevamo rotolarci, giocare a lotta, oppure sdraiarci col naso all’insù a guardare le stelle e raccontarci le storie più fantastiche spacciandole per vere, spiegarci i fatti misteriosi della vita con le risposte più assurde oppure inventarci delle barzellette lì per lì e riderci sopra anche senza capirle. Quella coperta era una specie di tappeto volante in grado di portarci in posti fantastici riservati solo a noi piccoli, altro che il mondo dei grandi!

Giugno era il mese delle lucciole. Ne arrivavano tante, ma così tante che a volte s’impigliavano tra i capelli, i vestiti e, se non stavi attento, anche nella bocca. Catturarle era uno scherzo, anche da fermo, bastava aprire la mano, chiuderla e poi imprigionarle in un bicchiere di vetro capovolto: vuoi vedere? a forza di guardarle avremmo scoperto il perché di quella luce magica.

Una sera, di sicuro i controllori in quel momento non controllavano, decidemmo di scoprire da dove provenivano tutte quelle lucciole perché, anche se ne eravamo circondati,  dall’alto del tappeto volante non se  ne vedevano né in fondo alla discesa della strada poderale e nemmeno nelle colline vicine. Scendemmo la piccola stradina polverosa, poche decine di metri, quasi di corsa e con un po’ di paura perché il buio diventava sempre più fitto e alcune luci intermittenti nascoste tra l’erba e il grano sembravano occhi di creature sconosciute e pericolose. Ma le lucciole non ci lasciavano mai, anziché scomparire apparivano più numerose e la loro luce più intensa. Stranamente, invece, sulla collinetta da cui eravamo partiti  non ce n’erano più.

In quegli attimi d’incertezza, lo ricordo come fosse ieri, avevo l'impressione che l'aria circostante si materializzasse in uno spazio concreto e denso capace di espandersi, passo dopo passo, come un enorme palloncino di gomma trasparente gonfiato da non so chi, con me dentro. Quel palloncino poteva contenere sì un’infinità di lucciole ma anche case montagne stelle boschi e persone. Bastava camminare per scoprire tutto quello.  Bastava cambiare posizione ( e quindi prospettiva) per vedere o non vedere le lucciole.

Quanto siamo cresciuti, senza saperlo, sopra  quel tappeto volante stracolmo di cugine e cugini affacciati sul mondo con le lucciole tra i capelli! E non ho raccontato una favola, giuro.


25 maggio 2016

Abbazia di Sant'Urbano di Apiro... e luce sia.


E luce sia: Abbazia di Sant'Urbano di Apiro ore 7.15

Avevo descritto nel post precedente (" Il raggio di luce ritrovato" - clicca qui) come quando e perché il Sole sarebbe entrato nell'Abbazia di Sant'Urbano di Apiro il 25 maggio. Ma un conto è sentirlo raccontare e guardarlo in fotografia e un conto è stare nella chiesa di prima mattina, ancora fresca e in penombra, e farsi inondare all'improvviso dai raggi del sole, caldi e accecanti, che sbucano da ogni... poro delle vetrate o dall'occhio luminoso costruito sopra l'altare. 

Raggi di sole visibili anche dalla monofora-vista-altare all'interno di quella che una volta era la cella di un frate, oggi trasformata in una meravigliosa camera d'albergo. 

Monofora con vista. 

Niente di trascendentale ovviamente, il raggio di sole è solo un bellissimo effetto scenico medievale che possiamo ammirare ancora oggi. Il vero miracolo sono le tante persone che si sono alzate all'alba pur di assistere all'evento nell'Abbazia. E' stata una festa. 


Abbazia di Sant'Urbano  ore 7.41 ; centro!
Una frase scritta sul registro presenze dell'Abbazia testimonia anche di una certa ressa per vedere il raggio sovrapporsi al cerchio inciso sulla pietra.

Se non state tutti ammucchiati possono vedere anche gli altri (traduz.).

Il Sole (si fa per dire) non sta mai fermo, perciò, dopo aver superato il solstizio d'estate, ritornerà il   19 luglio alla stessa ora... e lo spettacolo continua. Non può essere un'idea per visitare l'Abbazia, Apiro e la Valle di San Clemente? 

23 maggio 2016

Apiro, l' Abbazia di S.Urbano e il raggio ritrovato


Apiro, Valle di San Clemente: Abbazia di Sant'Urbano
Non so dirvi quando accadde ma un giorno la memoria storica decise di abbandonare l’Abbazia di Sant’Urbano di Apiro cosicché, nell’arco di alcune generazioni,  nessuno seppe più con certezza il perché di quel cerchio inciso in una pietra,  nella parete della navata sinistra subito dopo l’ingresso. Come spesso accade in queste faccende, le teorie furono tante ma quella taumaturgica l’ebbe vinta su tutte: sarebbe bastato appoggiare la nuca o la fronte su quel segno per proteggersi o guarire dal mal di testa. Ma l’incertezza rimase.

Il cerchio misterioso
Pochi anni fa, occhi più critici e attenti notarono che la parete sopra l'abside comunica all'esterno verso est con una specie di "occhio" dello stesso diametro del tondo sulla pietra. E’ a questo punto che si fanno strada un’intuizione e tante domande: potrebbe esserci una relazione tra i due? Che un raggio di sole entri da quel foro  e vada a centrare quel tondo? E in quale ora, giorno, mese dell’anno accadrebbe? E se questa tesi fosse corretta, per quale motivo gli architetti si cimentarono in operazioni così complesse sia per trovare il punto dove costruire il foro acchiappa-raggio-di-sole e sia per calcolare dove  non costruire colonne, pareti o altri manufatti  capaci di ostacolare la vista dello spettacolare evento?

Apiro, Abbazia di Sant'Urbano, l'alto presbiterio e "l'occhio luminoso".
Per prima cosa occorre perciò verificare che  la teoria del  fascio di  luce sia vera. E’  Pacifico Ramazzotti che se ne fa carico, con il pragmatismo da architetto (è la sua professione) e con l’amore per questo luogo speciale (è un apirese doc). Calcola complicate effemeridi del sole sulle coordinate geografiche di Sant'Urbano e poi aspetta per diversi giorni, scendendo dal letto al canto del gallo, il previsto arrivo del raggio di sole nell'Abbazia.

L'arch. Pacifico Ramazzotti a tu per tu  con le posizioni del sole nell'arco dell'anno (effemeridi) 


A Sant'Urbano, patrono di Apiro, il 25 maggio ore 7.41 : il raggio perfetto.
Finalmente, il 25 maggio 2013 alle 7,15  "l'occhio" spara un fascio di luce  che attraversa il presbiterio e va a schiantarsi sulla parete della navata per poi  spostarsi, con i tempi della rotazione terrestre, e a sovrapporsi perfettamente alle 7.41 sul cerchio inciso nella pietra. Il mistero è risolto, la gioia è immensa, la sorpresa pure, anzi, è doppia perché in quello stesso giorno, il 25 maggio, udite udite, si festeggia Sant’Urbano patrono di Apiro, una ricorrenza non solo religiosa,

25/5/2013: alle 7.15 l'occhio luminoso spara il raggio di luce  nell'Abbazia

25 /5/2013  alle 7,41: centro!
Un proverbio ricorda, infatti, che “per Sant’Urbano il frumento è fatto grano”, in questo periodo, cioè, maturano i chicchi di grano e di lì a poco la Natura giocherà a carte scoperte calando la carta dell’abbondanza o della carestia. Non è difficile immaginare lo stato d’animo della popolazione in quel giorno e chissà se il verificarsi o meno del prodigio, magari per colpa  di una nuvola a spasso davanti al sole, sarà stato interpretato come buono o cattivo presagio.

Certo, chi ha ideato e fatto realizzare questo effetto scenico nel XIII secolo, approfittando dei lavori per l'ampliamento della chiesa,  è stato un genio.
Immaginate lo stupore dei comuni mortali nei secoli scorsi all'apparire del raggio di luce, fatto coincidere, magari, con una celebrazione religiosa. Nel tempo in cui era il sole a ruotare attorno alla terra e la religione cattolica si dichiarava depositaria delle leggi della natura, riuscire a imbrigliare per sempre un raggio di sole il giorno del patrono non ne era la prova tangibile? La soggezione nei confronti di una Chiesa così potente sarà stata totale.

L'Abbazia di S.Urbano tra "il frumento diventato grano" (dall'abitazione di Martine e Henrik)

Chapeau! quindi, a chi ha restituito a Sant'Urbano una parte del suo vissuto storico e religioso dimenticato, probabilmente, dopo la soppressione degli ordini religiosi voluta da Napoleone: nel 1810 i frati furono cacciati dall'Abbazia mentre l'archivio e la biblioteca furono dispersi chissà dove. Mi vengono i brividi a pensare cosa sapranno di noi le generazioni dei secoli a venire se, come molti scienziati temono, le memorie elettroniche dei nostri computer fra qualche decennio non fossero più leggibili.

Intanto godiamoci l'evento del 25 maggio che è diventato oramai un appuntamento fisso con tanto di lectio magistralis di Pacifico Ramazzotti, mai stanco di regalarci le emozioni della scoperta. Segue la Messa, per chi vorrà seguirla, celebrata nell’altissimo presbiterio, e poi ci si ritrova nell’attiguo ristorante per una colazione alla maniera contadina a base di formaggi salumi verdure cotte pane crescia e vino. Da queste parti il semplice taralluccio e vino non è di moda.

Apiro e l'Abbazia di Sant'Urbano

E' il Comune di Apiro il proprietario dell'Abbazia. Nella foto sembra sorvegliare dall'alto la sua perla, ed è vero, perché negli anni, malgrado sia un piccolo comune, ha investito  non poche risorse per restaurare e rendere fruibile e accogliente questa scheggia di storia medievale costruita nella Valle di San Clemente, una delle vallate più belle e, purtroppo, meno conosciuta delle Marche. Intanto ve ne do un assaggio perché questa  sarà tutta un'altra storia.

Valle di San Clemente

Questo è il breve racconto dell'evento visto il 25 maggio 2016:
http://tracceminime.blogspot.it/2016/05/abbazia-di-santurbano-di-apiro-e-luce.html


Per saperne di più:

04 maggio 2016

Le case degli altri

Valcarecce: nido e uova di storno

Architettura ecosostenibile e partecipata: un po’ di paglia e di rametti, dei fili di plastica sfilacciati da un rude spago usato da Dany due anni fa per legare una pianta di pomodori (ha raccolto solo tre frutti in parte ammuffiti, adesso lei si occupa d’altro), del muschio fresco e terra in funzione di leganti e coibentanti, una cassetta del contatore di metano ( è quella di zia Tecla) dello stesso celeste delle future uova ( fa pendant), aria buona (Valcarecce), la partecipazione attiva e professionale dei due coniugi (storni), che non ho ancora avuto il piacere di conoscere, la cui maestria nello sculettamento, però, è ben riconoscibile nella perfetta rotondità interna del nido.

Le mie impressioni? Ti senti tremendamente in colpa per aver aperto lo sportello, lo richiudi subito e scappi via senza aprire la valvola, cascasse l’inverno sulla primavera.

02 maggio 2016

Olmo


Olmo
Olmo di questi tempi è un'uccelliera naturale. Una coppia di gazze ha costruito il nido tra i rami più alti e, a metà aprile, sta già proteggendo le uova. Ogni tanto la femmina smette di covare, si sgranchisce un po' le ali, svolazza chissà dove ma ritorna dopo pochi minuti con il suo compagno.
Dopo la fioritura i rami  sono straboccanti di samare nel cui interno, ciascuna, racchiude dei semi amatissimi dagli uccelli visto che ci si fiondano a frotte liberandoli dalle "ali" come fossero noccioline: in pochi minuti ho visto cardellini, passeri comuni e mattugie, cince e verdoni, tutti a strafarsi di semi di Olmo. Una meraviglia.
Affacciato alla finestra del quarto piano della casa di riposo, ti stringe lo stomaco il contrasto tra l'esplosione della primavera dentro e attorno a Olmo e la caparbietà dei tanti ospiti nel restare aggrappati alla vita come meglio possono e con tutti gli ausili moderni possibili.

 Gazza, una scrollata alle ali appena uscita dal nido

Passera Mattugia con una samara ancora nel becco

Cincia (al centro: sfocata e in ombra ma c'è di sicuro) e Passero Comune


Cardellino



23 marzo 2016

Le fosse da grano di San Giovanni in Marignano


E' una sorpresa che quasi ti toglie il respiro quando scopri cosa si sono inventati nei secoli gli abitanti di San Giovanni in Marignano (piccola cittadina del riminese a pochi passi da Cattolica) per proteggere il loro...oro giallo, il grano

San Giovanni in Marignano - fossa da grano n. 35

Per rendersene conto basta camminare per   qualche metro lungo  via XX Settembre, la “via di mezzo” dell’antico castello, e guardarsi i piedi. Di sicuro staranno camminando sopra qualche tombino in pietra, testimonianza di una delle  tante "fosse da grano"* la cui esistenza è documentata a partire dal 1300. Oggi ce ne sono un centinaio, per l'esattezza 128 tombini, allineati ai due  lati della strada principale, nei vicoli attigui

San Giovanni in Marignano - via XX Settembre
e negli incroci.

San Giovanni in Marignano
L'origine delle fosse è antichissima. In seguito ai lavori di bonifica fatti eseguire intorno al'300 dalla Chiesa, i terreni circostanti il castello di S.Giovanni in Marignano (Castelnuovo) divennero talmente produttivi che sorse la necessità di conservare e proteggere enormi quantità di grano. La soluzione era lì, a portata di...pala e piccone: Castelnuovo avrebbe protetto il frumento con le sue mura e lo avrebbe conservato nelle fosse scavate al di sotto delle strade e dei vicoli.
Funzionò così per secoli finché i moderni sistemi di conservazione soppiantarono le fosse che furono dismesse e poi riempite o, peggio, distrutte.
Fortunatamente l'esistenza di numerosi rogiti notarili e di una planimetria del 1871 hanno permesso di conoscere, oggi, non solo quanto fosse esteso quel sistema ma anche la numerazione, la posizione e i nomi dei rispettivi proprietari di ciascuna di quelle fosse, confermate poi dalle indagini eseguite anche con il geo radar.

San Giovanni in Marignano - le fosse da grano esistenti nel 1871

E così, con quei documenti, un'intervento di riqualificazione urbana, ideato dall'arch.Augusto Bacchiani ma voluto da tutta la città, ha permesso di ricostruire fedelmente la disposizione delle fosse, segnalate dalla pavimentazione a cerchi concentrici con, al centro, le lastre circolari in pietra a simulare le botole di accesso.
Soltanto cinque di queste fosse sono state ritrovate intatte, si è preferito perciò ricoprirle con delle lastre di vetro per consentirne la vista dall'esterno. 

San Giovanni in Marignano - fosse da grano 
Se oggi possiamo camminare tra quelle pietre e stupirci ad ogni passo immaginando la vita di allora, il merito va a quel progetto di riqualificazione urbana che per me è poesia oltreché un gesto d'amore che gli abitanti di San Giovanni in Marignano hanno voluto fare alla loro storia e alla loro comune identità.

San Giovanni in Marignano - Via XX Settembre e la Torre Civica


* Maria Lucia di Nicolò, "Antichi manufatti ipogei" è una bellissima scheda sulla storia, la funzione, i sistemi costruttivi  delle fosse da grano: http://conservation-science.unibo.it/article/viewFile/583/564


22 febbraio 2016

Il vestito a festa della Collegiata di Sant'Urbano di Apiro

Succede ogni tre o quattro anni. Le antiche e consumate porte di legno della Collegiata di Sant'Urbano di Apiro saranno chiuse, così, per alcuni giorni, lasceranno entrare solo quei pochi raggi di luce che si troveranno a passare di lì e nessun altro.
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Nel frattempo, alcune squadre di volontari copriranno le pareti della chiesa con pesanti teli damascati colore rosso porpora pensati, disegnati e realizzati alla fine del '600 per la Collegiata. Non sfuggirà niente alla... vestizione, dall'ingresso

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su su fino alla cupola


al catino dell'abside.


 Ogni singolo elemento dovrà colorarsi d'oro e di rosso: le pareti e le colonne,


i capitelli  e le mensole,


 gli architravi,


gli archi a tutto sesto della volta e quelli tra le navate e il transetto,


e anche il pulpito.

Il pulpito con lo stemma di G.Baldini a sinistra e di Sant'Urbano a destra
Ecco il risultato finale. Da restare a bocca aperta! Il colore rosso predomina su tutto e ben si accorda con l'oro della gigante cornice barocca della pala d'altare e delle cantorie; le voci e il suono dell'organo rimbalzano su quelle stoffe e si fanno soffusi come quelli di una stanza insonorizzata; i pochi spazi bianchi non coperti restituiscono l'essenzialità della struttura architettonica, catturano lo sguardo costringendolo a seguire quelle linee bianche, verticali orizzontali dritte spezzate e curve, come in una specie di balletto visivo. 

Il mitico 18/10/2015, si ascolta in diretta il convegno su il Paradiso di Dante con Roberto Benigni, Franco Musarra... 
E pensare che tutto sembra sia iniziato per merito di...una pelle d'asino, così almeno racconta la leggenda, fatta indossare dal medico di Apiro Gian Giacomo Baldini al papa Urbano VIII per guarirlo da una grave infezione. Si sa, a volte il caso o la fortuna ci mettono lo zampino, fatto sta che il papa guarì e il Baldini, nominato medico personale del papa, divenne famoso e anche ricco. Alla sua morte, non avendo eredi, lasciò un'importante somma sia per la costruzione della Collegiata che per il suo arredo con i teli damascati. L'archivio parrocchiale conserva ancora il registro delle spese sostenute tra il 1673 e il 1676, voce per voce, per l'acquisto di quelle stoffe lavorate il cui importo complessivo fu di 2.719 scudi, un'enormità.


Trascorreranno alcuni mesi e poi  le porte della chiesa saranno di nuovo chiuse per dar modo agli stessi volontari di smontare l'arredo, ripiegarlo e riporlo in un luogo più che sicuro. Come è sempre stato fatto da trecentoquarant'anni o giù di lì.  

Ermete Mariotti: dire che sia "il custode" è riduttivo.



Mio padre era un addobbatore di chiese e in cantina accatastava grandi e spesse casse di legno, allora più alte di me, contenenti gli addobbi. Ce n'erano di tanti colori, rosso blu viola verde e nero, con o senza festoni dorati. Ho... sguazzato di nascosto per anni dentro quelle casse giocandoci a nascondino respirando l'odore di polvere e di chiesa o tuffandomi tra i teli come in una piscina, spesso con i coetanei del quartiere. Ovviamente i teli damascati di Sant'Urbano sono tutt'altra cosa ma quando li ho visti la prima volta, il tuffo l'ha fatto il cuore.
Grazie, Bruna Stefanini, per avermi suscitato questo ricordo.