23 maggio 2016

Apiro, l' Abbazia di S.Urbano e il raggio ritrovato


Apiro, Valle di San Clemente: Abbazia di Sant'Urbano
Non so dirvi quando accadde ma un giorno la memoria storica decise di abbandonare l’Abbazia di Sant’Urbano di Apiro cosicché nell’arco di alcune generazioni nessuno seppe più il perché di quel cerchio inciso in una pietra  nella parete della navata sinistra, subito dopo l’ingresso. Come spesso accade in queste faccende, le teorie furono tante ma quella taumaturgica l’ebbe vinta su tutte: sarebbe bastato appoggiare la nuca o la fronte su quel segno per proteggersi o guarire dal mal di testa. Ma l’incertezza rimase.

Il cerchio misterioso
Pochi anni fa, occhi più critici e attenti notarono che la parete sopra l'abside comunica all'esterno verso est con una specie di "occhio" dello stesso diametro del tondo sulla pietra. E’ a questo punto che si fanno strada un’intuizione e tante domande: potrebbe esserci una relazione tra i due? Che un raggio di sole entri da quel foro  e vada a centrare quel tondo? E in quale ora, giorno, mese dell’anno accadrebbe? E se questa tesi fosse corretta, per quale motivo gli architetti si cimentarono in operazioni così complesse sia per trovare il punto dove costruire il foro acchiappa-raggio-di-sole e sia per calcolare dove  non costruire colonne, pareti o altri manufatti che avrebbero ostacolato la vista dello spettacolare evento?

Apiro, Abbazia di Sant'Urbano, l'alto presbiterio e "l'occhio luminoso".
Per prima cosa occorre perciò verificare che  la teoria del  fascio di  luce sia vera. E’  Pacifico Ramazzotti che se ne fa carico, con il pragmatismo da architetto (è la sua professione) e con l’amore per questo luogo speciale (è un apirese doc). Calcola complicate effemeridi del sole sulle coordinate geografiche di Sant'Urbano e poi attende per diversi giorni, alzandosi dal letto al canto del gallo, il previsto arrivo del raggio di sole nell'Abbazia.

L'arch. Pacifico Ramazzotti a tu per tu  con le posizioni del sole nell'arco dell'anno (effemeridi) 


A Sant'Urbano, patrono di Apiro, il 25 maggio ore 7.41 : il raggio perfetto.
Finalmente, il 25 maggio 2013 alle 7,15  "l'occhio" spara un fascio di luce  che attraversa il presbiterio e va a schiantarsi sulla parete della navata per poi  spostarsi, con i tempi della rotazione terrestre, e a sovrapporsi perfettamente alle 7.41 sul cerchio inciso nella pietra. Il mistero è risolto, la gioia è immensa, la sorpresa pure, anzi, è doppia perché in quello stesso giorno, il 25 maggio,  si festeggia Sant’Urbano patrono di Apiro, una ricorrenza non solo religiosa come vedremo.

25/5/2013: alle 7.15 l'occhio luminoso spara il raggio di luce  nell'Abbazia

25 /5/2013  alle 7,41: centro!
Un proverbio ricorda, infatti, che “per Sant’Urbano il frumento è fatto grano”, in questo periodo, cioè, maturano i chicchi di grano e di lì a poco la Natura giocherà a carte scoperte calando la carta dell’abbondanza o della carestia. Non è difficile immaginare lo stato d’animo della popolazione in quel giorno e chissà se il verificarsi o meno del prodigio, magari per colpa  di una nuvola a spasso davanti al sole, sarà stato interpretato come buono o cattivo presagio.

Immaginate lo stupore dei comuni mortali nei secoli scorsi all'apparire del raggio di luce, fatto coincidere, magari, con una celebrazione religiosa. Nel tempo in cui era il sole a ruotare attorno alla terra e la religione cattolica si dichiarava depositaria delle leggi della natura, riuscire a imbrigliare per sempre un raggio di sole il giorno del patrono non ne era la prova tangibile? La soggezione nei confronti di una Chiesa così potente sarà stata totale.

L'Abbazia di S.Urbano tra "il frumento diventato grano" (dall'abitazione di Martine e Henrik)

Chapeau! quindi, a chi ha restituito a Sant'Urbano una parte del suo vissuto storico e religioso dimenticato, probabilmente, dopo la soppressione degli ordini religiosi voluta da Napoleone. Nel 1810 i frati, infatti, furono cacciati dall'Abbazia mentre l'archivio e la biblioteca furono dispersi chissà dove. Mi vengono i brividi a pensare cosa sapranno di noi le generazioni dei secoli a venire se, come molti scienziati temono, le memorie elettroniche dei nostri computer fra qualche decennio non fossero più leggibili.

Intanto godiamoci l'evento del 25 maggio che è diventato oramai un appuntamento fisso con tanto di lectio magistralis di Pacifico Ramazzotti, mai stanco di regalarci le emozioni della scoperta. Segue la Messa, per chi vorrà seguirla, celebrata nell’altissimo presbiterio, e poi ci si ritrova nell’attiguo ristorante per una colazione alla maniera contadina a base di formaggi salumi verdure cotte pane crescia e vino. Da queste parti il semplice taralluccio e vino non è di moda.

Apiro e l'Abbazia di Sant'Urbano

E' il Comune di Apiro il proprietario dell'Abbazia. Nella foto sembra sorvegliare dall'alto la sua perla, ed è vero, perché negli anni, malgrado sia un piccolo comune, ha investito  non poche risorse per restaurare e rendere fruibile e accogliente questa scheggia di storia medievale costruita nella Valle di San Clemente, una delle vallate più belle e, purtroppo, meno conosciuta delle Marche. Intanto ve ne do un assaggio perché questa  sarà tutta un'altra storia.

Valle di San Clemente

Questo è il breve racconto dell'evento visto il 25 maggio 2016:
http://tracceminime.blogspot.it/2016/05/abbazia-di-santurbano-di-apiro-e-luce.html


Per saperne di più:
dal sito web del comune di Apiro :  Apiro e il suo territorio
dall' Abbazia di S.Urbano: http://www.abbaziadisanturbano.it/abbazia/

e dal 2018  anche su Facebook : https://www.facebook.com/valledisanclemente


04 maggio 2016

Le case degli altri

Valcarecce: nido e uova di storno

Architettura ecosostenibile e partecipata: un po’ di paglia e di rametti, dei fili di plastica sfilacciati da un rude spago usato da Dany tempo fa per legare una pianta di pomodori (ha raccolto solo tre frutti in parte ammuffiti, adesso lei si occupa d’altro), del muschio fresco e terra in funzione di leganti e coibentanti, una cassetta del contatore di metano ( è quella di zia Tecla) dello stesso celeste delle future uova ( fa pendant), aria buona (Valcarecce), la partecipazione attiva e professionale dei due coniugi (storni), che non ho ancora avuto il piacere di conoscere, la cui maestria nello sculettamento, però, è ben riconoscibile nella perfetta rotondità interna del nido.

Le mie impressioni? Ti senti tremendamente in colpa per aver aperto lo sportello, lo richiudi subito e scappi via senza aprire la valvola, cascasse l’inverno sulla primavera.

02 maggio 2016

Olmo


Olmo
Olmo di questi tempi è un'uccelliera naturale. Una coppia di gazze ha costruito il nido tra i rami più alti e, a metà aprile, sta già proteggendo le uova. Ogni tanto la femmina smette di covare, si sgranchisce un po' le ali, svolazza chissà dove ma ritorna dopo pochi minuti con il suo compagno.
Dopo la fioritura i rami  sono straboccanti di samare ricche dei semi amatissimi dagli uccelli visto che ci si fiondano a frotte liberandoli dalle "ali" come fossero noccioline: in pochi minuti ho visto cardellini, passeri comuni e mattugie, cince e verdoni, tutti a strafarsi di semi di Olmo. Una meraviglia.
Affacciato alla finestra del quarto piano della casa di riposo, ti stringe lo stomaco il contrasto tra l'esplosione della primavera dentro e attorno a Olmo e la caparbietà dei tanti ospiti nel restare aggrappati alla vita come meglio possono e con tutti gli ausili moderni possibili.

 Gazza, una scrollata alle ali appena uscita dal nido

Passera Mattugia con una samara ancora nel becco

Cincia (al centro: sfocata e in ombra ma c'è di sicuro) e Passero Comune


Cardellino



23 marzo 2016

Le fosse da grano di San Giovanni in Marignano


E' una sorpresa che quasi ti toglie il respiro quando scopri cosa si sono inventati nei secoli gli abitanti di San Giovanni in Marignano (una piccola cittadina del riminese a pochi passi da Cattolica) per proteggere il grano, il loro oro giallo.

San Giovanni in Marignano - fossa da grano n. 35

Per rendersene conto basta camminare per   qualche metro lungo  via XX Settembre, la “via di mezzo” dell’antico castello, e guardarsi i piedi. Di sicuro staranno camminando sopra qualche tombino in pietra, testimonianza di una delle  tante "fosse da grano"* la cui esistenza è documentata a partire dal 1300. Oggi ce ne sono un centinaio, per l'esattezza 128 tombini, allineati ai due  lati della strada principale, nei vicoli attigui

San Giovanni in Marignano - via XX Settembre
e negli incroci.

San Giovanni in Marignano


L'origine delle fosse è antichissima. In seguito ai lavori di bonifica fatti eseguire intorno al'300 dalla Chiesa, i terreni circostanti il castello di S.Giovanni in Marignano (Castelnuovo) divennero talmente produttivi che sorse la necessità di conservare e proteggere enormi quantità di grano. La soluzione era lì, a portata di...pala e piccone: Castelnuovo avrebbe protetto il frumento con le sue mura e lo avrebbe conservato nelle fosse scavate al di sotto delle strade e dei vicoli.

Funzionò così per secoli finché i moderni sistemi di conservazione soppiantarono le fosse che furono dismesse e poi riempite o, peggio, distrutte.

Fortunatamente l'esistenza di numerosi rogiti notarili e di una planimetria del 1871 hanno permesso di conoscere, oggi, non solo quanto fosse esteso quel sistema ma anche la numerazione, la posizione e i nomi dei rispettivi proprietari di ciascuna di quelle fosse, confermate poi dalle indagini eseguite anche con il geo radar.

San Giovanni in Marignano - le fosse da grano esistenti nel 1871

E così, con quei documenti, un'intervento di riqualificazione urbana, ideato dall'arch.Augusto Bacchiani ma voluto da tutta la città, ha permesso di ricostruire fedelmente la disposizione delle fosse, segnalate dalla pavimentazione a cerchi concentrici con, al centro, le lastre circolari in pietra a simulare le botole di accesso.
Soltanto cinque di queste fosse sono state ritrovate intatte, si è preferito perciò ricoprirle con delle lastre di vetro per consentirne la vista dall'esterno. 

San Giovanni in Marignano - fosse da grano 
Se oggi possiamo camminare tra quelle pietre e stupirci ad ogni passo immaginando la vita di allora, il merito va a quel progetto di riqualificazione urbana che per me è poesia oltreché un gesto d'amore che gli abitanti di San Giovanni in Marignano hanno voluto fare alla loro storia e alla loro comune identità.

San Giovanni in Marignano - Via XX Settembre e la Torre Civica


* Maria Lucia di Nicolò, "Antichi manufatti ipogei" è una bellissima scheda sulla storia, la funzione, i sistemi costruttivi  delle fosse da grano: http://conservation-science.unibo.it/article/viewFile/583/564


22 febbraio 2016

Il vestito a festa della Collegiata di Sant'Urbano di Apiro

Succede ogni tre o quattro anni. Le antiche e consumate porte di legno della Collegiata di Sant'Urbano di Apiro saranno chiuse, così, per alcuni giorni, lasceranno entrare solo quei pochi raggi di luce che si troveranno a passare di lì e nient'altro.

Nel frattempo, alcune squadre di volontari copriranno le pareti della chiesa con pesanti teli damascati colore rosso porpora pensati, disegnati e realizzati alla fine del '600 per la Collegiata. Non sfuggirà niente alla... vestizione, dall'ingresso


su su fino alla cupola


al catino dell'abside.


 Ogni singolo elemento dovrà colorarsi d'oro e di rosso: le pareti e le colonne,


i capitelli  e le mensole,


 gli architravi,


gli archi a tutto sesto della volta e quelli tra le navate e il transetto,


e anche il pulpito.

Il pulpito con lo stemma di G.Baldini a sinistra e di Sant'Urbano a destra
Ecco il risultato finale. Da restare a bocca aperta! Il colore rosso predomina su tutto e ben si accorda con l'oro della gigante cornice barocca della pala d'altare e delle cantorie; le voci e il suono dell'organo rimbalzano su quelle stoffe e si fanno soffusi come quelli di una stanza insonorizzata; i pochi spazi bianchi non coperti restituiscono l'essenzialità della struttura architettonica, catturano lo sguardo costringendolo a seguire quelle linee bianche, verticali orizzontali dritte spezzate e curve, come in una specie di balletto visivo. 

Il mitico 18/10/2015, si ascolta in diretta il convegno su il Paradiso di Dante con Roberto Benigni, Franco Musarra... 
E pensare che tutto sembra sia iniziato per merito di...una pelle d'asino, così almeno racconta la leggenda, fatta indossare dal medico di Apiro Gian Giacomo Baldini al papa Urbano VIII per guarirlo da una grave infezione. Si sa, a volte il caso o la fortuna ci mettono lo zampino, fatto sta che il papa guarì e il Baldini, nominato medico personale del papa, divenne famoso e anche ricco. Alla sua morte, non avendo eredi, lasciò un'importante somma sia per la costruzione della Collegiata che per il suo arredo con i teli damascati. L'archivio parrocchiale conserva ancora il registro delle spese sostenute tra il 1673 e il 1676, voce per voce, per l'acquisto di quelle stoffe lavorate il cui importo complessivo fu di 2.719 scudi, un'enormità.


Trascorreranno alcuni mesi e poi  le porte della chiesa saranno di nuovo chiuse per dar modo agli stessi volontari di smontare l'arredo, ripiegarlo e riporlo in un luogo più che sicuro. Come è sempre stato fatto da trecentoquarant'anni o giù di lì.  

Ermete Mariotti: dire che sia "il custode" è riduttivo.



Mio padre era un addobbatore di chiese e in cantina accatastava grandi e spesse casse di legno, allora più alte di me, contenenti gli addobbi. Ce n'erano di tanti colori, rosso blu viola verde e nero, con o senza festoni dorati. Ho... sguazzato di nascosto per anni dentro quelle casse giocandoci a nascondino respirando l'odore di polvere e di chiesa o tuffandomi tra i teli come in una piscina, spesso con i coetanei del quartiere. Ovviamente i teli damascati di Sant'Urbano sono tutt'altra cosa ma quando li ho visti la prima volta, il tuffo l'ha fatto il cuore.
Grazie, Bruna Stefanini, per avermi suscitato questo ricordo. 


11 gennaio 2016

Ultimo volo di Gino Sampaolesi








Un viaggio tra l'onirico e l'ironico


Cavallo clandestino

La mostra di Gino Sampaolesi ti attrae a distanza come una calamita, vuoi per quel mix di colori vivi e densi delle sue tele, pulsanti di energia e vitalità allo stato puro, vuoi per quell'ironia di fondo, sottile o sfacciata, che ti fa riconoscere quelle immagini, da subito, come parte del tuo vivere quotidiano o dei tuoi sogni.

Tutto è colore, spennellato condensato modellato come fosse plastilina, reso tridimensionale per far uscire dalla cornice la paura o gli schizzi d'acqua sollevati dall' "Onda anomala" oppure, al contrario, per farti tuffare in una bocca spalancata (Tuffatrice) in compagnia di una farfalla.

Onda anomala


Tuffatrice, particolare


Cin Cin
Ed è sempre un arcobaleno di colori, increspati davanti la prua, a indicare la direzione del...sogno al "Cavallo clandestino" , a trasformare in musica la fisicità del violinista (Farfalla gialla), ad addensare nell'aria il battito d'ali delle farfalle (Papillon).    

Cavallo clandestino -  particolare.

Farfalla gialla

Papillon
Il "Mangiatore di grasso che cola" non riuscirei ad appenderlo in casa, è troppo inquietante... però come non riflettere sul nostro autolesionismo alimentare!

Mangiatore di grasso che cola

Istantanea di un cane sull'orlo di un precipizio
La mostra non è solo pittura ma anche fotografia. E' Gino, stavolta, a mettersi in gioco diventando lui stesso soggetto davanti l'obiettivo del suo amico fotografo Sandro D'Ascanio. Fantasia, sogno, divertimento e una "sana follia", sempre mescolati con un tocco di leggera ironia, si accavallano in ogni immagine e ci fanno conoscere l'uomo Gino, la sua Jesi e la Vallesina in cui vive e lavora.











E se Gino Sampaolesi si fa ritrarre nel suo ambiente, allora anche la mostra nel Palazzo dei Convegni di Jesi deve trasformarsi in qualcosa di familiare che riesca a farci immergere  nel luogo dove l'artista dà concretezza alle sue visioni. E'  Serena Gambelli, con la sua sensibilità, a far rivivere tra le tele lo studio di Gino: i suoi pennelli, i barattoli, le lampade appese al filo, il carrello, la sedia, il grembiule, imbrattati dagli stessi colori e odori  dei suoi quadri.     

Prova di sforzo

Libellule

Baby Sniper

Jesi, Palazzo dei Convegno - "Ultimo volo" di Gino Sampaolesi

Jesi, Palazzo dei Convegno - "Ultimo volo" di Gino Sampaolesi
In quella mezz'ora di mostra mi sono divertito, gli occhi godevano e la mente era lì lì per... volare. Peccato non aver visto la performance inaugurale di Gino  alla guida, nel centro storico di Jesi, di un piccolo aereo azionato da quattro motori...umani; ad averlo saputo prima e in ossequio all'Arte sarei stato disposto a trasformarmi anche in pista d'atterraggio.





29 dicembre 2015

Il Kenya di Terzo






Ho conosciuto Terzo in una piccola stanza a due letti del Pronto Soccorso di Jesi. Io assistevo un familiare, lui trascorreva una notte in osservazione per essersi ferito la testa con la punta tagliente di un ramo basso d'olivo. Si sa, negli ospedali vuoi salvarti la vita ma devi anche ammazzare il tempo che sembra non passare mai perciò fare due chiacchiere con chi ti sta vicino è quasi una necessità. A dire il vero, sono stato io ad attaccare bottone ma chi ha dominato la...scena è stato Terzo.

Classe 1941, Terzo è nato e  vissuto sempre nello stesso podere della Vallesina,  prima come mezzadro e poi, negli anni '70, come proprietario dopo aver acquistato la casa e il terreno insieme a un suo fratello. E se la vita e il lavoro da mezzadro non erano certo una passeggiata, da "padrone" il carico aumentava perché oltre alle solite incombenze bisognava rimborsare il mutuo fondiario alla banca. Fatica su fatica e risparmio su risparmio nell'arco di vent'anni, finalmente, il debito viene saldato e Terzo con sua moglie iniziano a viaggiare, prima in Italia e poi, via via negli anni, in Australia, in Sud America, negli Stati Uniti, in Russia...in Kenia.

Appena ho sentito la parola "Kenia" mi sono venuti in mente i tanti resoconti di viaggi ascoltati negli anni quasi tutti focalizzati su alberghi da favola con piscine,  tavole stracolme di pesci e frutta esotica, safari fotografici, spiagge da sogno deserte ma anche di povertà descritta come fastidio o pericolo e tenuta a bada da recinzioni e da guardie private. Così, quasi per provocarlo, ho chiesto a Terzo con tono scherzoso: " Kenia? allora albergo di lusso, safari, pesce, elemosine ai bambini... "

Ma Terzo serra le labbra e con lo sguardo tra il serio e il perplesso mi confida  di aver pianto, appena messo piede in quel paese, nel vedere la fame di tanta gente e  la bellezza estrema della natura che si scontrava con la povertà estrema dei villaggi incontrati. Poi mi racconta il tour alle pendici del Kilimangiaro: la natura incontaminata, il bungalow che li ospitava, la brava ragazza che li serviva a cui le aveva regalato dieci euro, e la proposta della stessa ragazza, il giorno dopo, di fare l'amore con lui per ringraziarlo.
E qui Terzo esprime il meglio di sé, tutta la sua sensibilità e umanità:  "Me so quasi offeso" mi dice  in dialetto jesino  "ma ho capito che per lei quei dieci euro erano più che un regalo, così le ho solo detto: ma come!  Io posso esse tu nonno e vengo a letto con te e m'approfitto perché c'hai fame? Trova un ragazzo della tua età e fatte  'na famija con lui ché te sei 'na bella e brava ragazza".

Terzo e sua moglie si erano portati in Kenia due grandi valigie imbarcate nell'aereo e due piccole borse da tenere con sé durante il viaggio. Sono tornati solo con le due piccole borse, le valigie con tutto il loro contenuto le hanno regalate: " a chi ne aveva più bisogno di noi".

Una bella persona e una bella storia da raccontare soprattutto a chi viaggia con gli occhi bendati preoccupandosi solo di scattare "belle" foto da portare a casa come ricordo.

    

03 novembre 2015

4 Novembre: Dominus Flevit



San Lorenzo in Campo:  chiesa di S.Anna - Dominus Flevit  

Chiesa di S.Anna a San Lorenzo in Campo (PU): il Cristo è appoggiato sulla bocca di un cannone, sta lì, incredulo, con la testa china e gli occhi chiusi. Ha visto e ascoltato ogni singola tragedia causata da quelle armi. Non parteggia, non sostiene e nemmeno consola l'umanità. Piange. Ce lo dice la scritta sopra il disegno: DOMINUS FLEVIT, "il Signore pianse" (da un un versetto biblico di Luca 19,41-44). 

Quel dipinto è un'accusa e una condanna esplicita e totale nei confronti della guerra, da qualsiasi parte essa provenga. Non sono riuscito a sapere quando e chi l'abbia disegnato, ma in quelle pennellate si leggono con chiarezza  i sentimenti autentici del committente e dell'autore, e forse anche della comunità, lontani anni luce dalla classica retorica del sacrificio e della guerra vittoriosa; l'elmetto di un fante della Prima Guerra Mondiale, dipinto in testa alla cornice, serve solo a storicizzare l'immagine. 
  

San Lorenzo in Campo:  la chiesa di S.Anna  
Quella di Sant'Anna è una chiesa privata ben tenuta anche se un po' nascosta sotto i portici del settecentesco Palazzo Brini. E' sempre aperta, e poiché gli attuali proprietari, che la gestiscono e la custodiscono a loro spese, posseggono anche l'attiguo negozio di gioielleria ed elettrodomestici l'orario di apertura e chiusura della chiesa è lo stesso degli esercizi commerciali della città...Quando il sacro e il profano vanno a braccetto.

San Lorenzo in Campo: il Palazzo Brini e la chiesa di S.Anna


San Lorenzo in Campo:  la chiesa di S.Anna